Ore 20 e 11 minuti. Ci apprestiamo a raggiungere il primo benzinaio all’imbocco della tangenziale. La macchina di mia sorella è una Panda 1000, le ha cambiato le gomme da poco e si è tenuta i vecchi copertoni, probabilmente Nicola li vorrà riutilizzare nell’orto. Ma non è detto, potrebbero servire per qualsiasi cosa. Fatto sta che il retro della panda è completamente stipato di copertoni e altri residui da cantiere. Questo si chiama recupero.
Non so come sia nata la discussione, ma ricordo che, appena accostato alle pompe del distributore, mentre Noemi fa per scendere dall’auto, dentro di me è nata un’esclamazione.

Io: “Speriamo che finisca presto questo petrolio! Speriamo che presto tutto questo sistema crolli!”
Noemi: “Ma questo vuol dire che scoppierà un guerra civile!”

Poi lei scende e inizia a trafficare con la macchinetta self-service.
Una guerra civile.
Subito la sensazione assomiglia a quella della paura. Una paura indotta. Non la vera paura animale che ha l’odore dell’adrenalina, ma una paura inodore, di plastica. Solo dopo un minuto s’insinua l’idea ‘romantica’ di una specie di Resistenza Partigiana. Come quelle che fanno vedere nei documentari storici, con le foto sbiadite di eroi morti e sorridenti. Come i pochi racconti che ho sentito di Enzo Biagi, quando arrivò a Lizzano in Belvedere la Brigata Giustizia e Libertà.
Ovviamente una Guerra Civile è una cosa diversa. Immagino gente impazzita che sfascia e saccheggia, negozi e case, rubandosi a vicenda quello che inesorabilmente finirà. Non ho fiducia nel cittadino medio. Portare avanti una guerra civile non è questione per alienati, bisogna sapere cosa si vuole e come ottenerlo, per non rischiare di essere strumentalizzati anche nella ribellione.
Noemi rientra nell’abitacolo. Il risultato di questi infruttuosi pensieri è una nuova esclamazione.

Io: “Una Guerra Civile è proprio quello che ci vorrebbe. Non so come la vedi tu, che hai un figlio, ma io ci starei. Se servisse per distruggere tutti i meccanismi insensati…”
Scenderei in piazza come un qualsiasi altro alienato e via con distruzione e saccheggio. Come se davvero sarei in grado di farlo. Come se non lo trovassi completamente insensato e stupido. Come se non avessi anch’io degli affetti da proteggere. Ma tutto questo non lo dico a mia sorella che continua il discorso.

Noemi: “Bisogna vedere se si sopravvive.”
Io: “Comunque non credo che le grandi lobby siano così stupide da far scoppiare una rivoluzione, se non ‘controllata’: Ci campano sulle necessità della gente e non avrebbero alcun ritorno se le fonti della loro ricchezza si esaurissero senza rimpiazzo. Insomma avranno calcolato il fatto che se le risorse si esauriscono la gente dà di matto.”
Noemi: “Sai che è stato fatto uno studio di quanto incidono le condizioni ambientali sul verificarsi di rivoluzioni, soprattutto nelle parti povere del mondo?”

Sì, l’ho letto sull’Orto di Carta.
È uno studio intitolato Climate Change and Economic Growth: Evidence from the Last Half Century di Melissa Dell (MIT), Benjamin F. Jones (Northwestern University, NBER) e Benjamin A. Olken (Harvard University, NBER). Noemi non vede la faccenda come un intreccio di fatti più o meno pilotati. Piuttosto come un concatenarsi di causa-effetto.
Ma insisto. So che lei ha da darmi un nuovo tassello, per cercare di ricomporre un puzzle di 7 miliardi di pezzi.

Io: “Insomma non è possibile che non abbiano pensato al fatto che prima o poi le risorse fossili e minerali sarebbero finite. Non solo il petrolio, ma anche il fosforo, l’uranio. Hanno sicuramente già fatto dei calcoli, con un buon margine, in modo da non rischiare di essere spazzati via da una cosuccia come la guerra.”
Noemi: “Infatti hanno già da tempo cominciato a sovvenzionare la produzione di biocarburanti. Privando del cibo intere popolazioni. Sai che i cereali coltivati per il biocarburante non possono essere mangiati?”
Io: “No, non lo sapevo. Con la canapa è indifferente l’uso finale, anche se in certi casi la si cura di più…Ma la FAO non ha lanciato un allarme per questa questione dei biocarburanti? Non mi fido della FAO…”
Noemi: “Non so…quello che so è che il riso che mangiamo viene venduto qui in Occidente è quello che abbiamo rubato al Sud del Mondo. Non dobbiamo più comprare riso.”

Annunci